Società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e della Trombosi

        
 
Cari Soci,

 la SISET esprime profondo cordoglio per la scomparsa recente del professore Franco Pareti, che ha svolto il suo ruolo di insigne ricercatore presso il "Centro Emostasi e Trombosi Angelo Bianchi Bonomi" del Policlinico di Milano.
Anche se costretto ad un ritiro precoce dalla sua attività scientifica, a causa di una lunga e debilitante malattia, il suo lavoro ha segnato punti fermi nella ricerca nel campo dell'emostasi.
Il suo ricordo è affidato alle parole dell'amico Zaverio Ruggeri.

Anna Falanga 
Presidente SISET

Franco Pareti se n’è andato dopo una lunga malattia che l’ha accompagnato per oltre metà della sua vita, contro cui ha lottato con scelte coraggiose. Franco era medico e ricercatore scientifico di grandi promesse quando, da poco trentenne e di ritorno da un’esperienza di studio e lavoro a Filadelfia, fu colpito da un’ischemia cerebrale che praticamente azzerò il patrimonio di conoscenze e idee che si era fino ad allora costruito. In quello che era uno dei primi centri di ricerca nel campo dell’emostasi e trombosi voluto da Sol Sherry a Temple University, Franco apprese l’arte da David Mills, Peter Walsh, Stefan Niewiarowski e tanti altri. Fu l’inizio di un percorso che stava portando Franco a costruire un gruppo di ricerca destinato a essere punto di riferimento internazionale. Fu il suo intuito a identificare il paradossale aumento di aggregazione piastrinica indotto da ristocetina in alcuni pazienti con malattia di von Willebrand, che divennero poi il tipo 2B.  Fu anche l’inizio della nostra stretta collaborazione. Tutto sembrò compromesso con il primo attacco della malattia, che si prese anche la lingua inglese, strumento indispensabile per comunicare con il suo mondo. Non ero vicino quando questo accadde, ma so che fu terribile quanto fu determinata la volontà di Franco di non arrendersi. Quando rientrai a Milano per due anni, era il 1980, lo trovai ottimista e motivato. Ci conoscevamo da quando entrambi eravamo studenti da Mannucci; allora lavoravamo fianco a fianco ed eravamo amici, ma anche un po’ concorrenti. Ci ritrovammo più vicini. Fu per me una sorpresa quando, alcuni anni dopo (siamo negli anni ottanta) Franco mi chiese di venire a lavorare a La Jolla. Non riusciva a reinserirsi, temeva di aver perso le proprie capacità; sicuramente non la curiosità di scoprire e il desiderio di fare. Furono due anni intensi, in cui Franco veniva al lavoro scalando in bicicletta, sua grande passione, la collina fra la spiaggia di La Jolla Shores e la piana di Torrey Pines, con avventure di vario tipo lungo il percorso. Una volta al banco di lavoro, però, non perdeva un minuto. Era intenso, curioso, voleva discutere idee e fare esperimenti; a volte era insistente, non dava tregua. I buoni risultati lo eccitavano; dopo i cattivi ripartiva. Era ridiventato il Franco che conoscevo, e il mio più caro amico. Fece ottimi lavori. Rientrò a Milano pensando che il filo fosse riannodato e certo che il suo cammino di scienziato potesse riprendere. Venni spesso a trovarlo in quel periodo. Amava andare nella sua casa di Maleo, dove c’erano ricordi d’infanzia e tanti segni dell’amore di suo padre per la pittura. Lì rientrava nei panni di contadino lombardo e intratteneva gli amici con vini e cucina locale. Si era ricostruito un gruppo di ricercatori; fece quell’ottimo lavoro, pubblicato da Circulation, sulla proteolisi del fattore von Willebrand causata dalla stenosi aortica, primo nel settore. La malattia, però, era solo assopita. Si risvegliò alcune volte con segnali di avvertimento, ma l’ultimo colpo fu tremendo. Da allora, rividi Franco una sola volta, quando con Gigi De Marco lo andammo a trovare a casa. Solo la luce dei suoi occhi rivelò che c’era ancora e ricordava, anche se la sua prigione era ormai diventata impenetrabile da fuori e invalicabile da dentro. Può consolare chi gli ha voluto bene pensare che ora sia libero, ma la perdita non è meno dolorosa.

Zaverio Ruggeri

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